(Lunedì, 13 ottobre 2025) — Con la liberazione, nella tarda mattinata di oggi, degli ultimi tredici prigionieri israeliani, si chiude una delle pagine più travagliate del conflitto tra Israele e Hamas. Poche ore prima, altri sette ostaggi erano stati consegnati al Comitato internazionale della Croce Rossa nella città di Gaza. In tutto, venti persone hanno riottenuto la libertà dopo 738 giorni di prigionia, due anni esatti dall’attacco del 7 ottobre 2023.
di Ludovica Maura Santarelli
Le operazioni di rilascio si sono svolte in due momenti distinti, sotto la supervisione dei mediatori di Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia, nell’ambito del cessate il fuoco in vigore da quattro giorni. Hamas ha rispettato integralmente la sua parte dell’accordo, che prevedeva anche lo scambio con 1.900 prigionieri palestinesi, fra cui 250 detenuti per “ragioni di sicurezza” e 1.700 arrestati a Gaza dall’inizio della guerra.
Nonostante ciò, la tregua è stata violata da Israele sin dal primo giorno: già nelle ore immediatamente successive alla sua entrata in vigore, l’esercito israeliano ha condotto nuovi bombardamenti nel nord della Striscia, sostenendo di colpire “obiettivi militari residui”. Tra le vittime anche il giornalista palestinese Saleh al Jafarawi, ucciso mentre documentava le conseguenze di un raid vicino a Gaza City. L’episodio, condannato da diverse organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, ha riacceso i timori sulla fragilità dell’accordo e sull’impossibilità di garantire la sicurezza dei civili.
Secondo l’esercito israeliano, i corpi degli ostaggi deceduti, almeno 28 secondo le stime ufficiali, saranno restituiti in una fase successiva, con l’aiuto di un organismo internazionale previsto dal piano statunitense. Non sono stati diffusi tempi certi né dettagli operativi, e alcune famiglie hanno già espresso il timore che le ricerche possano rallentare.
Nel frattempo, il presidente americano Donald Trump ha incontrato Benjamin Netanyahu e ha annunciato per oggi un vertice a Sharm el Sheikh, al quale parteciperanno più di venti leader internazionali e il segretario generale dell’Onu, António Guterres. Israele e Hamas non saranno presenti, ma la firma del documento di garanzia del cessate il fuoco dovrebbe formalizzare l’impegno dei paesi mediatori a farlo rispettare.
Ora l’attenzione è puntata su Israele, chiamato a consolidare la tregua e ritirare gradualmente le truppe dal 53 per cento della Striscia ancora sotto controllo militare. Il piano statunitense prevede anche la successiva esclusione di Hamas dal governo di Gaza e la distruzione del suo arsenale.
Resta però da vedere se, dopo due anni di genocidio e devastazioni, la liberazione degli ostaggi possa davvero aprire la strada a una pace duratura.


